Attualmente la questione della lingua e cultura italiana all’estero sta attraversando una fase di transizione ed è uno dei temi più sentiti dalle comunità italiane all’estero. I nostri rappresentanti parlamentari si danno da fare per incrementare i fondi del governo italiano per far sì che nei vari Paesi all’estero i programmi di italiano abbiano i mezzi per continuare a il lavoro di insegnamento e di divulgazione della cultura italiana. Gli enti gestori si lamentano di un mancante supporto monetario, i giornali italiani all’estero criticano l’ottusità dei politici e la mancanza di una “visione” programmatica e i politici offrono le dovute dichiarazioni e il loro assiduo impegno di paladini dell’italianità. Aggiungo che autorità ed enti competenti, pubblici e privati, (MAECI e MIUR, Regioni, Consulte dell’emigrazione, Patronati, Associazioni regionali e culturali, Istituti italiani di Cultura, enti gestori, scuole private di lingua in Italia e all’estero ed altri) hanno attivato una serie di offerte nella maggior parte dei casi non coordinate, ripetitive e in conflitto fra loro per l’assegnazione dei pochi fondi erogati. Si continua a creare quindi una dispersione delle poche risorse disponibili, con ulteriore diminuzione dei sostegni alle realtà e alle iniziative. Questi sono i vari aspetti delle polemiche/tematiche odierne, ma ciò che sembra mancare è un vero e proprio discorso approfondito sul bisogno di imparare l’italiano e su chi dovrebbe impararlo. I ragionamenti usualmente fatti dai proponenti della lingua italiana vanno da chi proclama che l’italiano va studiato poichè è la lingua di Dante ed è la bella lingua, a chi afferma che è la lingua della cultura e a chi sostiene che coloro che parlano italiano sono ambasciatori d’Italia nel mondo… argomenti carini ed altosonanti, fatti e strafatti da decenni, ma che alla fine non portano ad una maggiore affermazione della lingua italiana nelle varie comunità italiane all’estero (dove vi è da tempo un declino della conoscenza della lingua tra coloro di seconda e terza generazione). Argomenti insomma superficiali. In Italia non si studia l’inglese perchè era la lingua di Shakespeare e Dickens ma perchè serve come mezzo di comunicazione. Anche il latino è una bella lingua ed è la lingua di una grande cultura, ma ciò non lo rende popolare, neanche tra i professori e gli studenti universitari. Riguardo al ruolo di ambasciatori e rappresentanti di cultura italiana, gli italiani all’estero hanno certamente portato con loro un ricco bagaglio culturale che ha avuto un enorme influsso sull’ambiente sociale e culturale dei loro Paesi di adozione (esempio lampante è la gastronomia italiana), però si è trattato, per lo più, di una cultura di paese o della zona di provenienza. Una cultura che non ha solitamente incentivato grandi numeri di persone a conoscere e studiare la lingua italiana. Dove quindi proseguire? E’ ovvio che la lingua italiana non potrà arrivare allo stesso livello, come lingua studiata, dell’inglese, poichè l’italiano non è la lingua degli affari e del commercio, ma è tuttora tra le lingue più studiate nel mondo e non solo nei Paesi dove sussiste una comunità di italiani all’estero. L’errata concezione che l’insegnamento dell’italiano debba essere rivolto prima di tutto ai discendenti dell’antica emigrazione è fuorviante, così come la visione assistenzialistica del ruolo dell’Italia. Questa vetero-visione di fatto limita l’italiano a “lingua etnica”, mentre la nostra lingua deve essere promossa per ciò che effettivamente è, vale a dire “lingua sexy”, “lingua di bellezza”, “lingua di cultura” per eccellenza, vale a dire di arte, di musica, di letteratura, traino dei prodotti della creatività italiana in tutti i campi, anche i più avanzati, del genio umano. Una lingua insomma che deve attrarre multeplici categorie di persone tra cui artisti, musicisti e per tutti coloro che vanno in Italia per turismo o per affari. L’italiano deve infatti essere offerto al più ampio pubblico possibile in tutti i Paesi del mondo e l’insegnamento di lingua e cultura italiane deve quindi essere diretto a tutti i potenziali utenti, non soltanto ai cittadini di origine italiana. La lingua e la cultura italiana sono sempre state un patrimonio non solo per l’Italia e l’Europa ma per il mondo intero. Come la lingua e cultura greco-romana sono tutt’ora un pietra angolare della storia e civiltà europea, quella italiana sono un punto di riferimento nel mondo dell’arte, la letteratura, la musica, il cinema, la moda, il cibo, l’automobilistica e tanto ancora. L’Italia è sinonimo di bellezza, di eleganza, di storia, ma non solo, l’essere italiani è interpretato all’estero come passione, amore per la famiglia, per stile di vita. Abbiamo bisogno di una politica dell’insegnamento e della cultura che comporta un approccio diverso e che considera non solo l’insegnamento della grammatica italiana; non solo l’insegnamento delle caratteristiche della odierna cultura italiana, menzionati sopra, ma anche l’insegnamento dei valori politici e culturali italiani che sono caratterizzati nel valorizzare la giustizia sociale, i diritti umani, la tutela l’ambiente, la politica industrial e imprenditoriale ed infine la conoscenza della Costituzione italiana che rappresenta tutto ciò che l’Italia moderna valorizza. Un ruolo rilevante spetta inoltre alla classe di imprenditori e proprietari di aziende nel difendere e promuovere la lingua italiana… per troppo tempo il mondo del business italiano all’estero ha abdicato le sue responsabilità lasciando alle scuole e alle famiglie l’incarico di insegnare l’italiano. Un incarico che sebbene basilare non ha portato a una crescita di conoscenza della lingua tra molti giovani e adulti. Poichè sono mancati gli incentivi nel campo di lavoro, sono mancati gli spunti per una maggiore e continua conoscenza della lingua italiana. Non basta dire che borse di studio sono state date in premio a tanti giovani ma bisogna avere un approccio duraturo e lungimirante che sia fatto in collaborazione con altri gruppi interessati alla divulgazione della lingua e cultura italiana.

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